Tutti vogliono entrare, ma nessuno ha mai un invito per te. C’è chi preferisce rivendere quei due inviti per utente a cifre da capogiro. È questa la nuova febbre del momento, il social che sta facendo impazzire tutti: ClubHouse.
Iniziamo col cercare di capire cosa sia questa piattaforma misteriosa, non serve per condividere messaggi di testo, non serve per mandare messaggi vocali, non serve per parlare privatamente con i tuoi contatti.

Quindi a cosa serve? Come funziona?
Siamo entrate per voi, per cercare di rispondere a più domande possibili, perché siamo sicure vi stiano attanagliando dal primo momento in cui avete sentito questo nome e avete capito che entrare non sarebbe stato facile e immediato.
Non basta scaricare un’applicazione sul vostro iPhone, unico dispositivo per adesso su cui potrete accedere, non basta neanche accettare i termini sulla privacy, argomento ancora da chiarire con gli sviluppatori – vi teniamo d’occhio – no. Per entrare dovrete aspettare che qualcuno, mosso da pietà nei vostri confronti, vi inviti.

Penserete, facile. Che ci vorrà mai a scovare un invito in una società costantemente collegata. Bene, niente di più sbagliato. Perché gli inviti sono limitati e ogni utente ha solitamente due inviti da condividere con persone presenti nei suoi contatti.
Questa mossa, assolutamente vincente dal punto di vista del marketing, ha reso questa nuova community esclusiva e desiderata.
Tutti vogliono entrare, tutti vogliono capire che si dice all’interno di queste “stanze”.
Eccoci qui per svelare tutto ciò che abbiamo scoperto su Clubhouse
Le room di Clubhouse sono delle vere e proprie stanze di ascolto, dove uno o più speaker decidono di dialogare di argomenti che danno il nome alla stanza che si vuole aprire.
Tu puoi decidere se essere semplicemente uno spettatore, oppure se intervenire “alzando la mano”, ma puoi anche decidere che in quella stanza non si parla di qualcosa di tuo interesse e allora puoi “lasciare silenziosamente” e così come sei entrato, esci, senza disturbare nessuno e senza sbattere la porta.
Ma quindi cosa c’è di nuovo rispetto a tutti gli altri social network che già conosciamo? Che cambia rispetto ai canali Telegram, ai gruppi Whatsapp che puntualmente silenziamo, a Instagram, Twitter, Facebook, Snapchat e tutti gli altri social “del momento” di cui ci siamo dimenticati dell’esistenza dopo neanche cinque minuti dall’aver creato l’account?
Il successo di Clubhouse risiede, a nostro parere, nell’essenza stessa del social: l’ascolto.
In un mondo virtuale fatto di interazioni fugaci, in questo mordi e fuggi di opinioni, in mezzo agli spizzichi e bocconi delle relazioni virtuali che si siamo creati ci siamo dimenticati di un fattore fondamentale che è insito nella nostra natura. Ci siamo abituati alla frenesia delle conversazioni social, in cui si scrive di getto e si legge senza attenzione, ci siamo in poche parole diseducati ad ascoltare.
È in questo che Clubhouse è riuscito, lì dove gli altri avevano lasciato un vuoto. Certo, Whatsapp, Telegram e Twitter hanno già introdotto il concetto di messaggio vocale, ma non è di certo il loro core business. La forza di Clubhouse è la nostra voce: per la prima volta siamo chiamati a partecipare in modo attivo, ascoltare le opinioni degli altri e esprimere le nostre attraverso il linguaggio più antico nella storia dell’uomo: l’oralità.
Ora che siete arrivati alla fine di questo articolo, se ancora non sarete riusciti a farvi invitare, vi saranno sembrate parole vuote, se invece in questi giorni la catena di persone che avete attivato vi avrà portato dei risultati, fateci sapere cosa ne pensate del mondo misterioso e affascinante che si cela dietro Clubhouse.
Le Principesse Disoccupate C. e F.
PS: vi preghiamo di non scriverci nel disperato tentativo di richiederci degli inviti a Clubhouse. Per entrare a nostra volta abbiamo dovuto fare un patto con diversi diavoli, recitare incantesimi di magia nera e vendere i nostri primogeniti a Tremotino. In termini spicci: non abbiamo più inviti.


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