ONCE A POTTERHEAD, ALWAYS A POTTERHEAD

Era una calda estate del 2016 e mi trovavo a Londra in vacanza con la mia famiglia. I viaggi con loro hanno sempre avuto lo stesso standard: mio padre decideva cosa si sarebbe dovuto fare e tu seguivi l’itinerario senza fare una piega. Fino a quel momento.

Dopo tre lunghi giorni di itinerari non ben programmati, meeting a colazione per convincere il patriarca a fare in un altro modo, visto che quelli con la proprietà di linguaggio in inglese eravamo io, mio fratello e mia madre – lui al massimo riusciva ad articolare uno zoppicante my name is – si decise di quasi comune accordo di andare al British Museum, con la promessa di essere lasciati un po’ al pascolo, ognuno libero di muoversi all’interno del museo secondo il proprio gusto, ci ritroviamo qui tra due ore. OK.

Lasciammo mio padre davanti alla leggendaria Stele di Rosetta – se mi concentro posso ancora sentirlo farfugliare con in mano la sua santa guida della Lonely Planet di quanto quell’artefatto fosse importante per tutte le culture. Con mio fratello ci dirigemmo dritti all’ala egizia e allo scattare delle due ore di nuovo tutti all’ingresso per decidere quale nuova tappa raggiungere nel nostro itinerario.

Mio padre stava lì, tronfio col naso dentro la sua guida, a ponderare in base al meteo e ai consigli del santo manuale quale fosse l’attrazione adatta a noi. Nei suoi calcoli però aveva lasciato fuori una variabile fondamentale. Due adolescenti per la prima volta nella capitale inglese che si trovano di fronte un autobus con su scritto King’s Cross.

Io e mio fratello ci guardiamo. Un lampo, un attimo ed eravamo già sul bus. Mia madre ci segue a ruota, con un sorriso enorme perché aveva già capito cosa avevamo in mente e un po’ approvava quell’aria di ammutinamento contro il patriarca. Mio padre in compenso ci guardava con la guida in mano, aperta nella sezione delle merende tipiche inglesi, cercando di capire cosa stesse accadendo. Salì anche lui controvoglia sul bus continuando a chiedere cosa stessimo facendo ma rimanendo inascoltato perché il resto della ciurma era troppo impegnato a progettare QUEL momento.

Lungo il tragitto venne fatto un corso accelerato di fotografia a mia madre perché IL momento doveva essere immortalato alla perfezione. Io indossavo un lungo cardigan nero che aveva casualmente le sembianze di una cappa – era proprio un segno del destino. Mio fratello continuava a chiedersi che casa avrebbe dovuto scegliere e quale sciarpa indossare in QUEL momento.

Ed eccoci lì. KING’S CROSS in tutta la sua magnificenza. Il magico trio di disertori inizia a correre, ci devono essere delle indicazioni no?! TROVATO. Al di là di un capannello di gente c’era lui, il binario 9 e 3/4.

Non eravamo più soli. Tutto attorno a noi decine di persone che provavano la stessa eccitazione, le stesse emozioni, la stessa felicità che stavamo provando anche noi. E ad un tratto l’età sembrava non importare più, ero di nuovo quella bambina di 7 anni che per la prima volta si ritrovava davanti alla magia più grande che potesse provare in vita sua, una magia che ti accompagnerà sempre, perché se sei stato un potterhead, sarai per sempre un potterhead.

After all this time? Always

La Principessa Disoccupata F, inguaribile sognatrice e un po’ romantica.

PS: per chi se lo stesse chiedendo, lasciammo mio padre al primo bar della stazione, alquanto scocciato e offeso, per andare a recuperarlo dopo circa due ore di magia, povero babbano.

PPS: io comunque sono una Grifondoro.

PPPS: mio fratello invece è Serpeverde, potete quindi capire il motivo alla base della riuscita del piano.

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