È una verità universalmente riconosciuta che una donna in possesso di una storia da raccontare possa essere in cerca di ascolto.
E di storie da raccontare, le donne, ne hanno veramente tante. Con alcune di queste ci si potrebbe scrivere un libro, o forse una saga intera; ci sono invece quelle brevi e concise, ma non meno emozionanti. Anzi, a volte basta un’unica parola per descrivere quello che è un concetto complicato, un’emozione molto forte, un’esperienza che lascia il segno.
Ci sono storie che non fanno dormire la notte, alcune mozzano letteralmente il fiato, altre ancora emozionano il cuore. Ci sono quelle che fanno sorridere e quelle che fanno pensare, quelle che insegnano e da cui si vorrebbe imparare.
Le ho messe insieme alcune di queste, le storie delle donne che mi accompagnano nella mia personale avventura, quasi a creare una raccolta. Ne è uscita un’antologia: immensa, come i loro cuori. Grande, come le loro anime.
Inizierò io, per darvi coraggio, perché anche le Principesse, a volte, hanno bisogno di ascolto, tra un’avventura e l’altra. Chissà, magari insieme creeremo qualcosa di magico.
Proprio queste storie mi hanno fatta riflettere sul ruolo che il mio sesso e la società mi hanno imposto. Mi sono sempre sentita stretta nei panni della femminuccia vestita in rosa. Non ho mai trovato alcuna differenza tra me e i maschietti che rincorrevano un pallone, anzi, spesso e volentieri ci correvo dietro anche io, al pallone. Certo, sempre con una corona – fisica o immaginaria – posta sulla mia testa, perché essere una Principessa è sempre venuto prima di qualsiasi altra cosa, però a parte questa minuscola parentesi sono sempre stata uno spirito libero fuori dalle convenzioni sociali, o almeno cercavo di esserlo. Sognavo avventure, su navi di pirati di cui io ero la condottiera, con la mia corona sempre in bella vista sulla mia testa, una bambola stretta nella mano sinistra e uno spadone in quella destra. A volte qualcosa andava storto, capitava che sognando a occhi aperti inciampavo, mi facevo male al ginocchio strappando quelle calze nuove ME-RA-VI-GLIO-SE e allora correvo a frignare da mamma perché “una Principessa piratessa non può mica andare in giro conciata così, guarda le mie calze nuove mamma, GUARDA CHE DISASTRO”. (Maledetto perfezionismo, mi ha sempre fregata.)
Ricordo che spesso questo mio lato non propriamente femminile, come le convenzioni sociali mi avrebbero invece voluta, destabilizzava le altre bambine, e infatti mi ritrovai sempre più spesso a giocare con i cosiddetti maschietti, che per me erano solo compagni di giochi, per natura pisellomuniti, ma questa era l’unica differenza da me percepita. Con il passare degli anni continuavo a preferire le compagnie maschili perché avevo a mie spese capito che troppo spesso le “femminucce” erano tra loro subdole e false, mentre per i “maschietti” bastava un pallone e il resto dei problemi poteva scomparire. Non fu facile. Purtroppo, prima o poi arriva per tutti quella cosa chiamata adolescenza, e con lei una serie di problemi legati al fatto che una “femminuccia” e un “maschietto” sono, secondo ‘ste convenzioni sociali, biologicamente compatibili e allora grazie all’ormone della crescita succede un casino.
Tra gli undici anni e i giorni odierni mi sono ritrovata a declinare proposte di matrimonio fatte nel giardino della scuola, dichiarazioni d’amore Shakespeariane scritte sul sussidiario – in formato “vuoi essere la mia fidanzatina? Si, no, forse. Metti la X sulla tua scelta” – richieste di accoppiamento con scopi scientifici per il miglioramento della razza – “sai che bei bambini uscirebbero da me e te”, che romantico. – e evito di continuare per risparmiarvi una raccolta enciclopedica di domande alle quali rispondere non solo è stato ed è tutt’ora imbarazzante ma è proprio difficile capire i motivi di tali richieste.
Io ci credevo nei miei valori. E ci credo tutt’ora. Io non la vedo questa assoluta differenza tra ciò che è donna e ciò che è uomo. Io non ci ho mai visto niente di sconveniente nel cercare l’amicizia di un uomo, senza secondi fini. Eppure, qualcosa nei miei atteggiamenti deve essere stata fraintesa, perché puntualmente un gesto cordiale o amichevole veniva scambiato per ammiccamento, illusione, ricerca di qualcosa in più.
E allora sono tornata a frequentare amicizie femminili, ma puntualmente venivo tradita anche da quelle che pensavo essere mie compagne di avventura, trovandoci tutte dallo stesso lato del fiume ritenevo che fosse scontato che anche loro volessero realizzare il mio stesso sogno. Essere considerate UGUALI. Alla pari, esseri umani, con una personalità, dei valori, un bagaglio culturale, dei sogni da realizzare, con un’unica differenza tra noi e loro: gli eterosomi. Con il tempo, invece, mi sono resa conto che troppo spesso sono le stesse donne a tirarsi le zappate sui piedi, difendendo quelle convenzioni sociali che mi stanno tanto strette, e mi fanno tanto perdere la pazienza.
Se sono qui oggi a raccontarvi questa storia non è per rattristarvi con le mie tristi scoperte, ma per svelarvi il lieto fine. Con il tempo ho imparato a fare selezione, come quando si va da Zara una settimana dopo l’inizio dei saldi e si è circondati di taglie o troppo piccole o troppi grandi e devi trovare la tua, quella che ti veste bene. Ecco. Anche con le persone è così. Le amicizie, gli amori, le compagnie si scelgono, accuratamente, come un nuovo paio di scarpe col tacco, perché non ce li spendi tutti quei soldi per un paio di scarpe che ti fanno male.
Ci sono quelle delle grandi occasioni, che sfoggi per un look perfetto, sanno darti forza nei momenti più difficili. Ci sono quelle comode, che metti quando devi fare una maratona, e ti danno coraggio per affrontare le difficoltà. Ci sono quelle da casa, che metti col pigiama e quando sei struccata, a cui mostri le tue più grandi paure, ti metti a nudo, senza vergogna. E poi ci sono quelle che indosseresti tutti i giorni senza stancarti mai, perché senza semplicemente non ci puoi vivere. Ci sono anche quelle che sembrano perfette ma che poi ti fanno venire le bolle o si bucano, e allora metti i cerotti ai piedi e ne cerchi di migliori, perché nonostante le delusioni tu nelle scarpe, come nelle persone, continui a crederci.
Ed è di questo che vi voglio raccontare, di storie di donne alla ricerca di qualcosa, che sia una scarpetta di cristallo o una borsa Prada, che sia un amore da favola o una risata da condividere in confidenza con un’amica. Siamo donne, con tutti i nostri difetti e pregi, da scoprire e da amare, da amarci, soprattutto, perché se c’è una cosa che ho capito nella mia vita è che la scarpa perfetta la trovi solo dopo aver imparato a conoscere il tuo piede e ad accettare i piccoli difetti che ha, dai calli alle dita un po’ storte, quei difetti che rendono quel piede il tuo piede. Solo così potremo trovare la scarpa perfetta che ci accompagni nelle nostre avventure.
E io sono qui, per ascoltare queste avventure e raccontarne qualcuna…
La Principessa Disoccupata, inguaribile sognatrice e un po’ romantica, F.


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